Fondazione Culturale Responsabilità Etica ONLUS - Banca Popolare Etica
Provincia di Rovigo - Circoscrizione dei soci polesani della Banca Popolare Etica
Convegno
Nuove popolazioni rurali
Immigrati e neonati nelle campagne italiane

Stranieri per 100 residenti per provincia - Anno 2008 (numeri indice Italia = 100), Fonte Istat
Rassegna Stampa del Redattore Sociale
In un paesone della bassa reggiana un'intera classe della scuola materna è composta di figli di immigrati; in un paesino sperduto del Molise sale il lamento contro stranieri danarosi che si comprano tutte le abitazioni; in un paese quasi fantasma dell'Appennino alessandrino il sindaco esasperato mette in vendita le case ad un euro: riceve 400 domande; anni fa alcuni sindaci della montagna davano un contributo in denaro per i neonati in valle.
Nelle aree rurali italiane siamo di fronte a paradossi demografici. Alcune sono talmente spopolate che le politiche di sviluppo devono ricorrere a mezzi drastici, in altre il ripopolamento avviene secondo modalità inaspettate e fonti di nuove tensioni. Il movimento di popolazione sia questo naturale o migratorio è tornato ad essere una cartina di tornasole del benessere delle campagne. Negli anni 50 e 60 del secolo scorso ci fu l'esodo; poi un parziale ripopolamento o tenuta su livelli molto più bassi. Negli ultimi anni tale equilibrio sembra definitivamente spezzato. Le ragioni sono molteplici: le buone pensioni per ritirarsi in campagna non esistono più; i servizi pubblici diminuiscono; le occasioni di lavoro migliori restano nelle città e nelle aree industriali. A questo processo interno si sovrappone il flusso migratorio esterno. Esso lambisce le aree rurali più remote e si concentra in quelle dove agricoltura e allevamento si sono industrializzate. Nelle aree remote sono pastori e badanti, nelle aree agricole ricche sono allevatori e stagionali.
Nelle grandi città queste situazioni non sono meno gravi ma vengono attutite dalla grande mobilità della popolazione autoctona e straniera; lì è più facile dislocare la scuola del figlio. Nelle piccole comunità il calo delle nascite fra i locali e l'aumento di quello fra gli stranieri produce una visibilità immediata, un calcolo che risulta traumatico, una previsione che fa paura. Si crea una fragilità demografica con contorni nuovi: da un lato timori di restare soli, gli ultimi di una specie in via di estinzione, dall'altra, timori di essere sommersi da una diversità incomprensibile.
Abbiamo esasperato i toni prendendo situazioni estreme; molte popolazioni rurali hanno una situazione intermedia sia per la composizione delle fasce di età sia per la miscela di stranieri e locali. Molte situazioni si compongono spontaneamente grazie alle relazioni faccia a faccia; conflitti paventati sui giornali si stemperano nella quotidianità. Eppure sappiamo molto poco di questi microcosmi rurali, nei quali appunto l'eventuale degrado viene attutito dalla sobrietà e riservatezza di persone poco avvezze alla protesta in piazza.
La piazza in molte aree rurali non esiste o perché la popolazione non la frequenta o perché se ne è andata lontano. Esiste quindi anche una questione "politica", di come le popolazioni a bassa densità o forti innesti di nuovi arrivi riescono a manifestare le proprie esigenze, riescono a far giungere la propria voce alle istituzioni. La fragilità parte dal nudo dato demografico per assumere forme plurime: bassa densità, pochi servizi, molti stranieri, debole capacità di aggregazione.
L'opera di ricerca sulle aree fragili del nostro paese che stiamo conducendo da alcuni anni ci porta a guardare in primo luogo ai movimenti di popolazione, ai cambi di residenza, ai tassi di natalità, alle permanenze temporanee. In secondo luogo, alle iniziative politiche che hanno a che fare con il fenomeno demografico: incentivi per il ripopolamento, misure per l'accesso alla casa, premi per i neonati, aiuti ai giovani agricoltori, corsi di formazione per gli immigrati ....
Abbiamo bisogno allora
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di mappe sugli andamenti demografici nelle campagne con particolare attenzione al tasso di immigrazione e al tasso di natalità | |
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di analisi su casi di studio dove la quota di neoarrivati (sia da paesi ricchi che poveri) è molto elevata | |
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di rassegne sulle politiche e iniziative che vengono prese nelle aree rurali per fronteggiare lo spopolamento o un ripopolamento brusco |
Per non creare cortocircuiti (si studia il ripopolamento di aree in via di spopolamento) si presenta la necessità di definire le aree di nostro primario interesse. Abbiamo più volte sostenuto che non c'è un cliché unico di area fragile per cui possiamo usare una pluralità di criteri. Per il nord Italia disponiamo di qualche conoscenza specifica: la bassa padana nelle province di Ferrara e Rovigo, il crinale appenninico dalla provincia di Modena all'incrocio delle quattro province (Piacenza, Pavia, Genova e Alessandria), alcune valli alpine, distribuite a macchia di leopardo. Per il centro-sud le nostre conoscenze sono più limitate,
il programma del convegno si va delineando
mattino: ore 9.00
modera Leonardo Raito, assessore all'immigrazione, Provincia di Rovigo
Saluto
Tiziana Virgili, Presidente della Provincia di Rovigo
introduzione
Giorgio Osti, Università di Trieste
I criteri della fragilità socio-territoriale
Igor Jelen, Università di Trieste e Alessandro Gretter, Fondazione Mach, Trento
Nuovi migranti verso le aree periferiche
Maurizio Ambrosini, Università Statale di Milano
Le politiche di sviluppo locale alla prova dell'anagrafe
Anna Natali, Eco&Eco srl-Regione Emilia-Romagna, DG Programmazione
pomeriggio: ore 14.00
modera Mario Cavani, Fondazione Responsabilità Etica-BPE
- Migranti in Calabria: fra bracciantato e nuovi percorsi di accoglienza, Alessandra Corrado, Università della Calabria
- Sorprese e conferme nella montagna bellunese, Alice Ben, Università di Trieste
- Cohousing rurale nella bassa padana? Francesca Leder,
Università di Ferrara
- Gli immigrati nelle campagne e nelle stalle lungo il Po,
Francesca Peano, Università Cattolica di Brescia
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Cosa succede in un'area di confine (il Carso),
Devan Jagodic, Università di Trieste
- Segnali di vita sul crinale appenninico, Ezio Molinari,
parrocchia di Brugneto (PC) e Giovanni Carrosio,
Università di Trieste
sede convegno: Palazzo Celio, via Ricchieri, 10 - Rovigo
Gruppo di lavoro
Giorgio Osti, ostig@sp.units.it
Dario Brollo, dbrollo@bancaetica.com
Giovanni Carrosio, pegua_ts@yahoo.it
Roberta Cucca, roberta.cucca@fastwebnet.it
Devan Jagodic, d.jagodic@slori.org
Lodovica Mutterle, mutterle@libero.it
Alice Ben, alfabben@virgilio.it
note di commento di Igor Jelen (Università di Trieste) al programma del convegno
le dimensioni della fragilità geografica, geografia della fragilità, la fragilità è la causa o l’effetto di qualche cosa?,
- definizioni di fragilità: strutturale, demografica, culturale … l’area “debole” perde capacità in qualsiasi senso, semplicemente la popolazione perde la capacità di immaginare strategie e speranze di sviluppo, di comprendere le ragioni e gli obiettivi del proprio sviluppo; nell’area debole si diffondono i segni della degenerazione, del decadimento, che alimentano e si auto/alimentano;
- l’area debole dipende dall’esterno, perde qualsiasi possibilità di perseguire sviluppo in termini “auto/propulsivi”, subendo e percependo come imposizioni qualsiasi influenza dall’esterno; una situazione evidente soprattutto in ambiente di globalizzazione, venuto meno lo schema di protezioni rappresentato dal welfare state e dalle altre strutture dello stato moderno;
- l’area debole si indebolisce ulteriormente, si diffondono forme di economia predatoria e speculativa (abusivismo edilizio, sfruttamento indiscriminato delle risorse locali ecc.), forme di economia “quantitativa” e insostenibile, con consumo distruttivo e irreversibile delle risorse;
- è l’ambiente tipico per la diffusione di forme di economia “sommersa”, per economia “nera” o “grigia” (e per devianze di altra natura), una vera e propria iattura, che ha conseguenze sociali disastrose: infatti rende molto più difficile qualsiasi modo di collaborazione: il vicino da qual momento viene considerato come uno che pericolosamente si intromette nelle proprie cose;
- semplicemente, considerato il fatto che qualsiasi possibilità di cooperazione non può che realizzarsi sulla base di un codice condiviso, su un criterio di misurazione trasparente e riconosciuto (oltre che sulla base di codici di tipo sociale ed etico, come comportamenti, valori, regole ecc.), la società/comunità locale tende a frammentarsi ancora di più;
- l’area debole è quindi anche una società debole, dove si diffondono conflittualità sociale – che derivano dalla stessa impossibilità a collaborare – e sfiducia nelle istituzioni, dove svanisce qualsiasi idea di “bene comune”; per questo stesso motivo l’area fragile diventa sempre più fragile, percorsa da tensioni che alimentano se stesse;
- l’area debole (o fragile) è caratterizzata da indebolimento (e carenza) di servizi pubblici (collettivi) e di infra/strutture: i servizi (dallo spazzaneve allo scuola bus, dall’assistente sociale che visita malati, anziani isolati, disabili ecc. a servizi sanitari, ai servizi di tipo materiale, dall’illuminazione pubblica all’acquedotto, ai servizi per mobilità, di manutenzione del territorio ecc.) costano troppo; le spese (capitale fisso, manutenzione, ecc.) non possono essere ammortizzate sulla base delle poche attività e dai pochi residenti rimasti; semplicemente, tutto costa troppo;
- l’area fragile è caratterizzata da cattiva gestione ambientale: l’ambiente tende a inselvatichirsi, a impaludarsi, re/rimboschirsi, a desertificarsi ecc.; con la wilderness vengono meno le funzioni di presidio del territorio, quindi tutta una serie di fenomeni, come proliferazione di antenne per telefonini, discariche incontrollate, abusivismo di varia natura (edilizio, residenziale, ecc.)… ; con conseguenti problemi di sicurezza di qualsiasi tipo, degrado ambientale e paesaggistico ecc.
- l’area debole è colpita da indebolimento demo/sociale; sotto una certa soglia, il calendario ecologico (il cemento che collega la comunità ad un dato luogo) viene meno, la comunità crolla, si disgrega improvvisamente; viene meno il rapporto tra comunità e luogo (natura), tra comunità e tradizione (il proprio passato ecc.);
- a volte è sede di nuovi insediamenti; ma nelle aree deboli gli immigrati a volte non trovano una base sociale nella quale integrarsi, ma (in una società già debole di per sé) formano gruppi auto /referenti, che elaborano strutture autonome di rappresentanza (e anche di sicurezza ecc.);
- a scala più vasta, il sistema regionale va in crisi: l’assetto territoriale perde in qualità e in integrazione, frammentando il tessuto di connessione città/campagna, centro/periferia (l’assetto christarlleriano); la struttura dei servizi, la relazione omogenea tra città e campagna, tra servizi e produzione, viene meno.
Cicerchia, M. e P. Pallara (2009), a cura di, Gli immigrati nell'agricoltura italiana, Inea, Roma.
Farinelli, B. (2001), Le repeuplement des communes rurales nécessité publique et désir individuel, Le Courrier de l'environnement, n°42, février, (http://www.inra.fr/dpenv/farinc42.htm)| Anno 5, Numero 17. |
Trapasso, R, (2009), La politica rurale italiana, secondo la valutazione dell’Ocse, AgriRegioniEuropa, Anno, 5, n. 17 http://agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=473.
Ventura,
Madhu Satsangi, Nick Gallent, Mark Bevan The rural housing question. Community and planning in Britain's countrysides, Policy Press, 2010
Quaranta, G. (2008), Montagna e sviluppo. Le politiche, la governance e il management per la valorizzazione delle risorse, Angeli, Milano
http://www.dislivelli.eu/blog/mamma-li-turchi-i-migranti-nelle-terre-alte.html
Immigrati e lavoro autonomo nelle aree rurali
Il nuovo che avanza, il caso di Stroppo in Valle Maira
Immigrazione cinese nelle valli piemontesi ... altre news, ...... sui neonati
Braccianti agricoli in autocostruzione a Cassano allo Ionio (CS)
Eolico: un parco in Molise per ripopolare il paese di Ururi
Abbiamo costituito un gruppo "aree fragili" nel sito www.zoes.it (per accedere al gruppo "aree fragili" è necessario profilarsi)
Commento
Un buon indicatore di perifericità dell’abitare sono i flussi migratori di stranieri di basso status. Le loro condizioni abitative, la micro-localizzazione della loro abitazione, la disponibilità di servizi di prima necessità all’intorno indicano nella maggior parte dei casi aree di scarso prestigio, abitazioni di poco valore, carenze strutturali, in altre parole condizioni di marginalità relativa. Vi saranno eccezioni ma la tendenza dominante dovrebbe essere quella. Complementare a questo indicatore è la struttura della famiglia: nei quartieri o paesi dove la composizione familiare è meno varia e ampia, possiamo aspettarci condizioni abitative periferiche, non certo su tutti i parametri, magari sono aree abitate da pensionati con alti coefficienti di risparmio. Tuttavia, la mono-dimensionalità familiare è certamente un indicatore di marginalità dell’abitare locale. In tali casi non manca la socialità, ma questa non è arricchita dal fattore intergenerazionale e dai servizi pubblici e privati che ciò porta con sé. E’ un indicatore complementare all’altro perché, notoriamente gli immigrati più stabili sono giovani e hanno famiglia. Se vanno ad occupare le aree con famiglie autoctone a bassa differenziazione interna, si crea più spesso una sottile barriera piuttosto che rimescolamento. Quindi, volendo avremmo un terzo tipo di periferia quella dove si combina un’alta presenza di immigrati giovani e una popolazione di più antico insediamento molto più vecchia (Elias e Scotson 1994). Questi tre tipi – aree di residenza degli immigrati poveri, aree con struttura familiare debole e aree che contengono entrambi senza possibilità di scambio – individuano già una prospettiva di ricerca che dovrebbe attagliarsi ad una pluralità di territori, rurali e urbani, del sud come del nord Italia, delle metropoli monocentriche, reticolari e lineari, solo per menzionare alcune delle principali forme urbane.